Il cane da guardiania: la chiave per la convivenza tra lupo e uomo
Cucciolo di Pastore della Sila con Capretta
Il ritorno del lupo nei territori montani e rurali italiani è un fenomeno naturale, legato sia alla grande capacità di adattamento della specie sia alle politiche di tutela introdotte a partire dagli anni Settanta per evitarne l’estinzione. Oggi il lupo ha riconquistato molti spazi un tempo presidiati da pastori e agricoltori, svolgendo nuovamente il suo ruolo di regolatore della fauna selvatica, in particolare degli ungulati, la cui proliferazione incontrollata ha causato nel tempo gravi danni all’agricoltura e al paesaggio rurale.
Questa rinnovata presenza, però, ha riacceso il conflitto storicoceso il conflitto storico tra grandi carnivori e zootecnia estensiva. Le predazioni su ovini, caprini, bovini ed equini rappresentano un danno economico spesso difficile da quantificare e raramente risarcito in modo adeguato e tempestivo. Ne deriva una crescente contrapposizione tra posizioni ideologiche opposte, che rischia di allontanare da una soluzione concreta e condivisa.
In questo scenario, il cane da guardiania rappresenta da secoli lo strumento di prevenzione più efficace e sostenibile. Non è una barriera passiva, ma un presidio vivo e dinamico che agisce prima che la predazione avvenga. Il suo compito non è quello di inseguire o combattere il lupo, ma di dissuaderlo, segnalando in modo chiaro e costante che il gregge è protetto e che l’avvicinamento comporta un rischio.
Il cane da guardiania vive stabilmente con il bestiame e lo riconosce come parte del proprio gruppo sociale. Attraverso la presenza, la vigilanza continua, l’abbaio territoriale e il comportamento assertivo, crea una “zona di rispetto” che il predatore tende a evitare. Il lupo, animale estremamente intelligente e prudente, preferisce infatti rinunciare a una preda protetta, orientandosi verso risorse più facilmente accessibili.
Questa funzione di equilibrio è storicamente documentata nei pascoli dell’Appennino e nei parchi naturali abruzzesi, culla della pastorizia italiana e della popolazione residuale di Canis lupus. Razze come il Pastore Maremmano-Abruzzese e il Pastore della Sila hanno accompagnato per secoli l’uomo lungo i tratturi, proteggendo le greggi durante la transumanza e garantendo la coesistenza tra attività umane e grandi carnivori.
Affinché il cane da guardiania sia realmente efficace, però, non è sufficiente “avere un cane”. L’attitudine alla guardiania è una caratteristica innata, frutto di una selezione genetica mirata e di un corretto percorso di crescita. Il cane deve vivere fin dalle prime settimane di vita a stretto contatto con il bestiame, attraversando una fase di imprinting esospecifico che lo porta a riconoscere il gregge come il proprio riferimento sociale. Questo processo è spesso supportato dalla presenza di cani adulti esperti, che svolgono un ruolo fondamentale di guida e apprendimento.
L’esperienza maturata negli anni dimostra che l’efficacia dei cani da guardiania dipende in modo decisivo dalla qualità della selezione, dalla competenza di chi li alleva e dalla formazione di chi li utilizza. La semplice fornitura di cani, come spesso avviene attraverso bandi pubblici, senza un adeguato accompagnamento tecnico e gestionale, rischia di vanificare l’investimento e di compromettere la percezione del cane come valido deterrente.
Per questo motivo, anche a livello istituzionale, si sta affermando un modello più consapevole. La CIA – Agricoltori Italiani e l’Ente Nazionale della Cinofilia Italiana hanno riconosciuto la necessità di promuovere l’utilizzo di cani da guardiania selezionati in allevamenti specializzati, inseriti in contesti zootecnici reali e certificati dal punto di vista genetico, caratteriale e morfologico. Un modello che valorizza la collaborazione tra allevatori, pastori, enti pubblici e mondo scientifico, con l’obiettivo di monitorare i risultati e costruire una coesistenza reale e duratura tra pastorizia, biodiversità e grandi carnivori.
